Il 5 dicembre 2013 moriva Nelson Mandela. La sua vita di rivoluzionario anticolonialista, antirazzista e di statista che ha saputo guidare la transizione verso una società democratica attraverso la riconciliazione ne hanno fatto un simbolo universale di combattente per la pace e la libertà.
Come accade spesso ai rivoluzionari se ne celebra la memoria e l’esempio rimuovendo le caratteristiche più scomode della loro storia.
“All’epoca del suo arresto nell’agosto 1962, Nelson Mandela non solo era un membro dell’allora clandestino Partito comunista sudafricano, ma faceva parte del Comitato Centrale del partito. Dopo la sua liberazione dal carcere nel 1990, Madiba divenne un grande e fidato amico dei comunisti fino alla fine dei suoi giorni”.
Il giorno della sua morte il South African Communist Party per la prima volta diede la notizia ufficiale che l’eroe della lotta contro l’apartheid e padre del nuovo Sud-Africa democratico era stato un militante e dirigente comunista. Si trattava di una circostanza di cui si dibatteva da anni e nel 2011 era stata confermata dalle ricerche del giornalista Stephen Ellis. Sono poi arrivati riscontri anche dagli archivi russi: https://www.ascleiden.nl/news/research-stephen-ellis-confirmed-nelson-mandela-was-member-south-african-communist-party .
L’appartenenza di Mandela al partito comunista ufficialmente però era sempre stata negata dall’ANC e dallo stesso Mandela che nel processo di Rivonia nel 1964 si autodefinì “patriota africano”. Non si trattava per Mandela solo di sfuggire alle conseguenze della legge “per la soppressione del comunismo” approvata nel 1960, ma di evitare che l’African National Congress passasse per uno strumento del Partito Comunista come sostenevano il regime razzista e i suoi protettori occidentali.
L’ANC in quanto movimento di liberazione nazionale si proponeva di rappresentare tutto il popolo sudafricano ed era bene non ammettere – sia sul piano internazionale che interno – che a guidarlo c’erano dei comunisti.
Di sicuro Mandela fu sempre considerato un pericoloso comunista dagli USA che sostennero per decenni l’apartheid: fu arrestato nel 1960 grazie a una soffiata della CIA (leggete articolo: https://ilmanifesto.it/cosi-feci-arrestare-quel-comunista-mandela) e soltanto il 1 luglio 2008 il presidente degli Stati Uniti George Bush firmò il provvedimento che lo cancellava dalla lista nera dei terroristi. Avete letto bene: fino al 2008, 18 anni dopo la liberazione dal carcere, gli Stati Uniti d’America hanno mantenuto il Premio Nobel per la pace Mandela nell’elenco dei terroristi.
Quando i musicisti sudafricani Miriam Makeba e Hugh Masekela si rifugiarono negli anni ’60 negli Usa scoprirono di essere già schedati come comunisti perchè la CIA collaborava con il regime di Pretoria, avamposto del colonialismo bianco in Africa. D’altronde il Sud-Africa era una versione più hard della segregazione razziale contro cui combattevano negli USA Martin Luther King e Malcolm X a cui non a caso Miriam Makeba dedicò una canzone https://www.youtube.com/watch?v=QqLjDFjemU0 e non sarà un caso se il vecchio Nelson accetterà di apparire nella scena finale del film di Spike Lee dedicato a Malcolm pronunciando le parole del celebre discorso che nelle settimane della rivolta di Black Lives Matter sono state ripetute su mille cartelli: “Come diceva fratello Malcolm, noi rivendichiamo il nostro diritto su questa terra di esseri umani, di essere esseri umani, di godere dei diritti spettanti agli esseri umani, di essere rispettati in quanto esseri umani in questa società, su questa terra e in questa epoca. Diritto che noi intendiamo porre in atto nella nostra esistenza con ogni mezzo necessario” (by any means necessary)
https://www.youtube.com/watch?v=es21A6rNnk8
La lotta anticolonialista in Africa e quella per i diritti dei civili negli USA si alimentarono a vicenda.
Se attraverso la musica – Mandela è stato il prigioniero politico a cui sono state dedicate più canzoni e concerti nella storia – il detenuto diventava un mito e un simbolo di libertà a livello internazionale non va dimenticato che i paladini del neoliberismo Reagan e Thatcher negli anni ’80 erano convinti sostenitori dell’apartheid (lo era anche in Italia Il Giornale diretto allora da Indro Montanelli su cui Mario Cervi spiegava che non si poteva dare il diritto di voto ai negri). I governi di USA e Gran Bretagna furono costretti a ritirare l’aperto appoggio al regime sudafricano dall’ondata di simpatia delle proprie opinioni pubbliche non certo dalla sensibilità per i diritti umani. Quando nel 1986 grazie alle pressioni dei movimenti il Congresso votò una legge contro l’apartheid il presunto alfiere della libertà Reagan pose il veto presidenziale.
Seppur rimossa dalle celebrazioni mainstream la storia del Sud-Africa ricorda la grandezza del ruolo dei comunisti nel ‘900 nella lotta contro il colonialismo e il razzismo. Dal 1920 #Lenin aveva inquadrato la centralità della questione coloniale: “qual’é l’idea più importante, fondamentale, delle nostre tesi? In antitesi alla politica della II Internazionale, noi consideriamo non solo la questione dell’emancipazione delle colonie, ma anche quella delle piccole nazioni che, dal punto di vista finanziario economico e politico, sono oppresse delle grandi potenze capitalistiche. Il tratto saliente dell’imperialismo consiste nel fatto che tutto il mondo si divide oggi in un gran numero di nazioni oppresse e in un numero veramente insignificante di nazioni estremamente ricche e militarmente potenti, che opprimono le prime”.
Di fatto l’incontro tra l’ANC e i comunisti ha segnato la storia del movimento.
L’apartheid, sistema totalitario di segregazione razziale, godeva del sostegno pressoché totale della popolazione bianca colonizzatrice anche appartenente alle classi lavoratrici che condivideva l’ideologia razzista e i benefici derivanti da una crescita economica fondata sul supersfruttamento e l’assenza di diritti della maggioranza nera. Come non si stancò mai di riconoscere Mandela: “per molti decenni i comunisti furono l’unico gruppo politico del Sud Africa che trattasse gli Africani come esseri umani e loro uguali; essi erano gli unici che accettassero di mangiare con noi, parlare con noi, vivere con noi e lavorare con noi. Essi costituivano l’unico gruppo politico pronto a lottare al fianco degli Africani per l’ottenimento dei diritti politici e di un posto nella società”.
Fu all’università che Mandela incontrò i comunisti, bianchi schierati contro colonialismo e segregazione senza se e senza ma. Tra di loro l’ebreo lituano Joe Slovo che divenne segretario del partito e che molti conoscono perchè è al fianco di Mandela sotto una gigantesca falce e martello in una storica foto scattata durante la manifestazione che segnò la fine della messa al bando del partito comunista negli anni ’90. E sua moglie, Ruth First, grande studiosa, ammazzata con una lettera bomba dai servizi segreti sudafricani mentre si trovava in esilio in Mozambico.
I comunisti elaborarono e condivisero con l’ANC la stessa strategia della rivoluzione democratica nazionale, fondata su un ideale non razziale di liberazione dall’oppressione coloniale con l’obiettivo dell’abbattimento del regime dell’apartheid e un progressivo avanzamento verso il socialismo nel nuovo contesto democratico: https://www.marxists.org/subject/africa/slovo/1988/national-democratic-revolution.htm
In Mandela – con l’universalismo tipico del pensiero socialista e comunista – non vi è un nazionalismo nero da contrapporre a un suprematismo bianco. “Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera nella quale tutte le persone vivono in armonia e con uguali opportunità”. Come ha sottolineato un articolo del giornale inglese New Statesman non è detto che la “Carta della libertà” dell’ANC del 1955 avrebbe avuto quella impostazione senza il contributo dei comunisti:
http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=15703
Non dovrebbe stupire che Mandela, come d’altronde i comunisti dei paesi occidentali, sia sempre stato un sostenitore nella sua lotta legale come durante il processo e poi dalla detenzione di un’effettiva applicazione dei principi democratici e liberali. Si trattava della strategia antifascista e democratica che caratterizzerà i comunisti dagli anni ’30 alla quale Mandela aggiungeva la sensibilità per i diritti umani di studioso del diritto appartenente a una popolazione oppressa a cui venivano negati quei diritti così solennemente vantati dalla tradizione della Gran Bretagna.
Mandela nel discorso che tenne nel 1990 davanti a quadri e militanti del Partito Comunista Sudafricano che uscivano da 40 anni di clandestinità tenne una vera lezione contro l’anticomunismo e sul ruolo dei comunisti nella lotta per la democrazia: http://www.mandela.gov.za/mandela…/1990/900729_sacp.htm
Proprio la lunga tradizione di lotta per la libertà e la democrazia dei comunisti sudafricani motivava il saggio con cui Joe Slovo nel 1989 rifiutava di far discendere dalla crisi dei regimi autoritari dell’est europeo l’abbandono della prospettiva socialista: https://www.sacp.org.za/docs/history/failed.html
I comunisti, e Mandela con loro, si batterono per il passaggio alla lotta armata dell’ANC dopo aver constatato l’inefficacia dei metodi di lotta nonviolenti nei confronti di un governo brutale e razzista e soprattutto diedero al movimento contro l’apartheid la possibilità di conquistare il sostegno della classe lavoratrice nera. Mandela era un comandante in capo del braccio militare clandestino dell’ANC uMkhonto weSizwe (Lancia della nazione) quando fu arrestato e mai accettò di condannare il diritto del suo popolo alla resistenza in cambio della propria liberazione.
L’ormai meritatamente beatificato Nelson Mandela va inquadrato storicamente tra i grandi leader rivoluzionari anticolonialisti del Novecento come Patrice Lumumba, Kwame Nkrumah, Ben Bella, Amilcar Cabral, Fidel Castro, Che Guevara e tanti altri.
L’esempio della guerriglia cubana incoraggiò Mandela e i suoi compagni e non va dimenticato che Madiba nel 1962 viaggiò in Egitto, Marocco, Algeria, Guinea, Liberia, Ghana, Tanzania, Etiopia e Gran Bretagna in cerca di supporto presso gli altri movimenti di liberazione nazionale e che URSS e Cina dettero supporto nel corso degli anni alla lotta dell’ANC.
Il primo paese che Mandela visitò da uomo libero nel 1991 fu Cuba e Mandela nel ringraziare l’amico e compagno Fidel per il sostegno alla lotta contro l’apartheid lo invitò in Sud-Africa alla faccia dello zio Sam: urly.it/378fs
D’altronde il vecchio Mandela si schierò con nettezza contro la guerra del Golfo nel 2003 definendo senza mezzi termini gli USA come “minaccia per la pace mondiale”.
Le contraddizioni in cui si dibatte il Sud –Africa oggi non cancellano i meriti di #NelsonMandela e dei suoi compagni di lotta. E quelle del movimento comunista internazionale che ebbe il merito di organizzare e promuovere a partire dal 1920 la rivolta anticolonialista di tutti i dannati della terra.
Siamo abituati agli elogi delle straordinarie qualità di leader politico buono e saggio capace di perdonare i nemici che lo imprigionarono per 27 anni e di guidare la transizione pacifica alla democrazia.
Val la pena di ricordare Mandela per quello che è stato. Per usare le parole di Angela Davis: “un vero rivoluzionario”. E dentro l’apartheid globale planetario in cui viviamo scegliere da che parte stare come i giovani comunisti bianchi che Mandela incontrò all’università e che con lui sconfissero il regime razzista.

da un post di Maurizio Acerbo