Torna alta la tensione tra Armenia e Azerbaigian, i due paesi ex sovietici da sempre in conflitto per il controllo dell’enclave del Nagorno-Karabakh a maggioranza armena e cristiana – che all’epoca dell’URSS era stata assegnata all’Azerbaigian, a maggioranza islamica -, che si è auto-proclamata repubblica indipendente nel 1991 (in contrapposizione alla separazione azera dall’URSS), seppure riconosciuta da pochi paesi, come essa stessa, non aderenti all’ONU.

La contesa, purtroppo, già provocò una lunga guerra tra i due paesi tra il 1992 e il 1994 che costò la vita a oltre 50mila persone, segnata da pogrom e violenze inaudite sulla popolazione civile.

L’Azerbaigian, di fatti,  in queste ore ha lanciato un nuovo attacco contro le forze filo-armene.

Stando ai primi report le forze azere avrebbero distrutto alcune batterie antiaeree filo-armene, perdendo almeno un elicottero d’attacco e un imprecisato numero di droni. La stessa Armenia lamenta attacchi da parte della Turchia.

A trovarsi nella posizione più scomoda è la Russia che fa da pompiere, poiché è alleata politica della repubblica a maggioranza cristiana, oltre ad avere basi militari in Armenia. Tuttavia sin dal crollo dell’Urss, Lukoil e altre imprese petrolifere russe detengono lo sfruttamento di parte dell’oro nero dell’Azerbaigian. Un affare da oltre 2,5 miliardi di dollari annui che Mosca non si può permettere di mettere in pericolo. A complicare la trama si aggiunge la nuova liaison politica tra Russia e Turchia, che, invece, è stretta alleata dell’Azerbaigian, con la quale condivide oltre alla maggioranza islamica pure la contiguità del ceppo linguistico, essendo il turco una lingua del famiglia uralo-altaico. L’attuale Turchia, infatti, fu l’appendice più occidentale dell’impero uzbeko-mongolo, dalla quale germogliò l’impero ottomano.

La miccia è ormai riaccesa, e rischia di infiammare paurosamente il Caucaso sotto il vento delle spinte del fondamentalismo religioso ed etnico, e delle mire geopolitiche.

Sta di fatto che la Turchia sta inviando mercenari siriani (per lo più jihadisti) a sostegno dell’alleato Azerbaigian nel conflitto con la repubblica autoproclamatasi indipendente e sostenuta dagli armeni, e dove, peraltro, hanno trovato asilo pure molti curdi, che, come è noto, condividono con gli armeni il triste destino di genocidi perpetrati dai turchi.

Ancora una volta Erdogan muove i combattenti siriani (per lo più islamisti) nello scacchiere che coincide grossomodo con l’ex impero ottomano, come ha già fatto in Siria e nel Corno d’Africa e recentemente in Libia. Spettatore attento, solo in apparenza neutrale, Israele che in questi anni ha venduto armi agli azeri per miliardi di dollari.

Un altro colpo di coda del Sultano, dunque, che è in grossa difficoltà internamente: l’economia nel paese, dopo una prima boccata d’ossigeno di matrice assistenzialista, ormai è al palo (ho visto con i miei occhi più operai che si occupavano del verde pubblico letteralmente a mani nude per aumentare fittiziamente l’occupazione o pacchi di aiuti consegnati alle famiglie dalla rete di “fratellanza” contigua all’AKP, il partito “demo-musulmano” di Erdogan, alle famiglie numerose nei periodi elettorali). L’agenzia Moody’s ha declassato il rating sul debito della Turchia a “B2”. Pertanto, il Sultano fa le due cose che tutti i populisti dal pugno di ferro fanno per apparire forti, e quindi indispensabili, all’opinione pubblica: alimentare la paura del nemico interno (il caso dei recenti arresti non è che una costante, purtroppo, per la sinistra filo curda dell’HDP), e poi alimentare la paura quella del nemico esterno che, per converso, è il contraltare di alimentare la foga della grandeur nazionalista (in questo caso neo-ottomana). Del resto anche gli anatemi, tanto paternalistici, quanto senza seguito concreto, contro Israele rispondono a questa logica: considerare tutto ciò che era impero ottomano (dalla Siria alla Palestina, dal Magreb al Caucaso) non come politica estera – “non self” -, ma come un fatto interno – “self”-, per distrarre il popolo con sogni nazionalisti di rinnovata grandeur. Ovviamente quest’ultima non è solo una mossa diversiva, ma piuttosto la pericolosa conferma delle ambizioni geopolitiche del sultano – che si contende con Iran e Israele lo scettro di potenza regionale, già che è ormai superato il vecchio schema del duopolio del “campismo” assoluto USA-URSS (che rimane come una tela di Penelope che si scuce e si ricuce a seconda delle convenienze, salvo essere tramata su più telai) – mirate all’accaparramento delle risorse energetiche. Infatti, a partire dall’agosto 2020, l’Azerbaigian è diventato il principale fornitore di gas della Turchia, il che si inserisce negli sforzi della Turchia degli ultimi anni per diminuire la sua dipendenza dal gas russo. Dall’Azerbaigian, infatti, provengono importantissime importazioni per i turchi (1,09 miliardi di metri cubi, per un aumento del 21,5%su base annua), aumentando il fatturato commerciale tra i due paesi che nel 2019 è stato pari a 4,4 miliardi di dollari.

Del resto, le relazioni Azerbaigian-Turchia sono sempre state forti, tant’è che la Turchia (paese NATO) è stato il primo stato a riconoscere l’indipendenza dall’URSS dell’Azerbaigian nel 1991 ed è stata un convinto sostenitore dell’Azerbaigian nei suoi sforzi per consolidare la sua indipendenza, preservare la sua integrità territoriale e realizzare il suo potenziale economico derivante dalle ricche risorse naturali del Mar Caspio. I due Paesi condividono 11 km di confine, con il fiume Aras che separa la Turchia dalla Nakhchivan, enclave dell’Azerbaigian.

Inoltre, l’Azerbaigian e la Turchia hanno costruito sui loro legami linguistici e culturali per formare una partnership economica molto stretta che vede la Turchia negoziare per acquistare gas naturale dall’Azerbaigian e quindi cooperare in progetti infrastrutturali come il gasdotto Ceyhan Baku-Tbilisi che bypassa – attraversando la vicina Georgia (un altro dei primi stati etnicamente molto distante dalla madre patria russa, a chiedere l’indipendenza dall’URSS) – a nord la Russia e a sud l’Armenia, filo russa, in maniera da rendere avulso dalla influenza russa una fetta importante di gas per l’Europa.

Dal punto di vista della cooperazione militare tra Azerbaigian e Turchia, essa è emersa per la prima volta nel 1992, con un accordo firmato tra i governi azero e turco sull’educazione militare. Da allora, i governi azero e turco hanno collaborato strettamente in materia di difesa e sicurezza. Nel, 29 gennaio 2013,inoltre, è stata costituita la TAKM (Organizzazione delle agenzie per l’applicazione della legge eurasiatica con status militare) come organizzazione intergovernativa di forze dell’ordine militari (gendarmeria) di tre paesi turchi (Azerbaigian, Kirghizistan e Turchia) e Mongolia.