Iran morte
Le proteste di questa fine anno 2017 sono le più importanti dal 2009, anno delle manifestazioni organizzate dai riformisti (la sinistra iraniana) del cosiddetto «movimento dell’Onda Verde», che scese in piazza per protestare contro la vittoria alle elezioni presidenziali dell’allora candidato conservatore (di destra), Mahmud Ahmadinejad.

Questa volta, però, le manifestazioni sono, per ora, meno partecipate di allora, ma più diffuse, non sono iniziate nella capitale Teheran, più progressista e quindi roccaforte di Rohani e dei riformisti (insider della teocrazia quanto gli altri), bensì nell’Iran profondo, principalmente nella parte orientale, dove la mitologia modernista nemmeno viene sfiorata dall’immaginario collettivo tanto che proprio in quelle zone i conservatori fanno il pieno di voti. Le motivazioni che hanno spinto dunque le persone a scendere in piazza sono state dettate dal rifiuto dell’attuale classe dirigente, accusata di corruzione e del rialzo dei prezzi, e non di un intero sistema, il governo islamico, come invece vogliono far credere la maggior parte degli opinionisti occidentali che sono spinti a soffiare su un “regime change” filo-occidentale. Quindi, è un innesco “gattopardesco”, una diatriba innescata con l’intento iniziale di una faida interna al sistema: conservatori contro “riformatori” al governo!

Forse l’innesco delle proteste è sfuggito di mano allo stesso Rohani, che un mese fa, con una mossa di “rottura” aveva reso pubblico per la prima volta il bilancio annuale dell’Iran, all’interno del quale c’erano diversi dettagli su come il denaro statale finisse inspiegabilmente a fondazioni religiose, centri di ricerca e altre istituzioni vicine alla leadership religiosa. Viepiù, nella bozza del bilancio del prossimo anno (che in Iran inizia a primavera), ha osato ridurre il budget destinato ai Guardiani della Rivoluzione, secondo solo alla casta clericale, provocando le loro dure proteste.

Secondo l’analista indipendente Imid Memarian, «Le persone hanno capito come la classe religiosa si stia fondamentalmente mangiando una grossa fetta di budget senza alcuna responsabilità, mentre la vita quotidiana delle persone diventa ogni giorno più difficile». Ciò anche a causa del sanzioni degli USA.

Di contro, l’“ayatollah economy” delle “Bonyad” è la maggiore causa interna di stagnazione dell’Iran.

Dopo la caduta dello Shah nel’79 le Bonyad, le Fondazioni religiose esentasse, hanno assorbito non soltanto le proprietà immense della corona imperiale, diventando, poi, il cuore dell’economia iraniana, ma detengono almeno il 30-40% del Pil e hanno sottratto spazio ai privati favorendo soltanto alcuni di loro, quelli vicini alla cerchia del potere religioso.

A Mashad, dove è iniziata la protesta, la Fondazione Reza, sorta intorno al famoso santuario dell’Ottavo Imam, fattura il 7% del Pil iraniano e tiene in pugno l’economia del Khorassan: il suo custode è Ebrahim Raisi, ayatollah-manager, rivale del presidente Rohani alle elezioni del maggio scorso.

In un paese dove il dibattito politico, checché se ne possa dire, è tra i più ferventi al mondo, a pagarne le conseguenze sono proprio i giovani in larga misura disoccupati, peraltro, tra i più istruiti al mondo. Il tasso di iscrizione all’Università, in Iran, nel 2015 è arrivato al 70% (solo nel 1999 era al 20%), più che in Italia, Giappone e Regno Unito e pari a due volte la media mondiale. Con una percentuale elevatissima tra le donne.

Certo, in un paese che come la Turchia ha una millenaria tradizione di “stato-nazione” – peraltro, non araba – non se la passano bene le donne in generale e le “minoranze etniche”, tra le quali in primis i curdi, ma anche gli arabi e le altre minoranze, che rappresentano poco meno della metà della popolazione, ma sono vessate oltre ad essere escluse dai posti più importanti della gestione dello Stato, come per certi versi la stragrande maggioranza delle donne.

L’Iran prima o poi dovrà scegliere una strada, perché tenere insieme università e stalle, informatici e agricoltori, cittadini e campagnoli, persiani e non persiani, donne velate ma emancipate, diventerà sempre più difficile e costoso. Ma è roba loro e la cosa più saggia sarebbe lasciarli risolvere il problema, come potranno e quando sapranno. Minacciarli non li farà andare “avanti” ma semmai tornare “indietro”. Lo dimostra l’arretramento fatto con gli Ayatollah, che sono venuti dopo la sciagura dell’ “allineato” Shah, salito al potere a causa delle ingerenze occidentali che portarono alla fine della repubblica antecedente non allineata agli USA.

Per quanto riguardo il tam tam dell’escalation, invece, fonti paragovernative lamentano l’infiltrazione dei soliti servizi segreti esteri – CIA (USA) e Mossad (Israele) – al fine di destabilizzare l’unico polo islamico/petrolifero non sottomesso agli USA, peraltro, cruciale nella lotta al terrorismo sunnita ISIS, a matrice USA!

Dopo gli altri paesi non allineati agli USA, ma geo-strategici per condotte gas o prelievo di petrolio, come Iraq, Siria, Libia, Ucraina* e Venezuela, ora è il turno dell’Iran di subire i subdoli attacchi USA che sanno di imperialismo stantio, ma “necessario” per sostenere il modo di consumo e produzione liberista e iper-capitalistica sempre alla ricerca di fonti energetiche da depredare?

Al netto della grave crisi interna, è comica e democratica, sembra che l’interesse degli USA sia applicare in forma parallela lo “Schema Siriano”: approfittare dell’ondata delle giuste rivendicazioni popolari per smantellarne lo Stato!

Un altro mo(n)do è possibile: l’Italia lo può favorire, lasciando che ogni paese si costruisca da sé la propria democrazia, e  isolando i soliti poteri forti… dando Potere al Popolo!